Moria di pesci |
A leggere la situazione
italica dello stato delle acque italiane si potrebbe dire proprio cosi’ anche
vi sono isole felici o quasi come l’ Isonzo ed alcuni fiumi e torrenti alpini e
appenninici e il lago di Mergozzo(VB)..
A vedere le acque del Sesia da Romagnano Sesia a monte sembrano pulite ma….
ma dove sono finiti tutti i vaironi e i piccoli pesci che fino a qualche anno fa popolavano dette acque?Ma eccovi un estratto dal Web della situazione di alcuni fiumi a cominciare dal padre di tutti cioè il Po. Lasciamo perdere cormorani, siluri e quanto altro sempre nominati…
.Ad esempio il Cervo a
Biella era gremito di vaironi, siluri zero e cormorani uno ogni morto di papa.Nel
lago di Como adirittura divieto di trattenere l’ alborella…e di sicuro i siluri
e gli odiati uccelli neri entrano ben poco in questa situazione.A vedere le acque del Sesia da Romagnano Sesia a monte sembrano pulite ma….
ma dove sono finiti tutti i vaironi e i piccoli pesci che fino a qualche anno fa popolavano dette acque?Ma eccovi un estratto dal Web della situazione di alcuni fiumi a cominciare dal padre di tutti cioè il Po. Lasciamo perdere cormorani, siluri e quanto altro sempre nominati…
Il degrado ambientale del fiume Po ha diversi aspetti
- Degrado della qualità delle sue acque dovuto all'inquinamento organico e chimico (molte città come Milano non hanno ancora un depuratore e è detto tutto…) e alle captazioni d'acqua inconsiderate a scopo idroelettrici o irrigatori.
- Degrado fisico del suo ambiente dovuto all'attività selvaggia di cementificazione degli argini, alla canalizzazione, all'escavazione in alveo, alla costruzione di dighe e sbarramenti o altri insediamenti umani nelle golene, alla scomparsa delle aree verdi lungo le sponde del fiume.
- Degrado della qualità delle sue acque dovuto all'inquinamento organico e chimico (molte città come Milano non hanno ancora un depuratore e è detto tutto…) e alle captazioni d'acqua inconsiderate a scopo idroelettrici o irrigatori.
- Degrado fisico del suo ambiente dovuto all'attività selvaggia di cementificazione degli argini, alla canalizzazione, all'escavazione in alveo, alla costruzione di dighe e sbarramenti o altri insediamenti umani nelle golene, alla scomparsa delle aree verdi lungo le sponde del fiume.
- Degrado faunistico come conseguenza degli altri degradi. In più, c'è da considerare la caccia autorizzata o non che stermina quello che potrebbe sopravvivere in questo ambiente già abbastanza compromesso. Solo nei parchi naturali, troviamo una certa quantità di specie animali (soprattutto uccelli)
Il progressivo degrado del Po, inoltre, sta cancellando il rapporto esistente tra l'uomo che popola le zone circostanti ed il fiume. I pescatori stanno abbandonando il Po che non è più in grado di offrire loro un guadagno sufficiente. Perfino i pescatori sportivi preferiscono i canali di bonifica o i laghetti privati a pagamento dove il pesce è più abbondante. Infine i turisti o i bagnanti che un tempo frequentavano numerosi le spiagge del fiume d'estate, sono oggi sempre più rari.
Una recente serie di analisi fatta da legambiente ha dato un quadro generale dello stato di salute del fiume: nel primo tratto da Crissolo e Valenza Po, solo il punto di prelievo di Crissolo ha fatto registrare un inquinamento irrilevante di classe 1 (Ambiente non inquinato o comunque non alterato in modo sensibile). Procedendo verso valle, infatti, lo stato di salute del fiume peggiora. Dopo solo 50 km circa dalla sorgente, a Saluzzo, alla confluenza del Rio Torto, le acque del Po sono inquinate al livello di classe 3 (Ambiente inquinato o comunque alterato). Nel tratto lombardo, le acque non migliorano anzi un peggioramento è stato rilevato nella provincia di Piacenza (Classe 4: Ambiente molto inquinato o comunque molto alterato). Solamente nel tratto da Guastalla al Delta, il Po si riprende e passa ad un livello d'inquinamento di classe 2 (Ambiente con moderati sintomi di inquinamento o di alterazione).
L'esito delle analisi è stato comunque falsato dalle condizioni atmosferiche caratterizzate da piogge intense che hanno aumentato la portata del fiume. È da temere, infatti, che con una portata "normale", le analisi avrebbero rilevate classi di qualità peggiori.
Il fiume non
è un oggetto inanimato, passivo, costituito da un alveo entro cui scorre una
massa d’acqua inerte che a sua volta viene trasportata inalterata al mare
insieme al carico che riceve lungo il suo corso, ma è un protagonista attivo
che permette la vita, costruisce, trasforma, depura. E’ proprio questa sua
particolare attitudine che lo rende diverso da un condotto artificiale come può
essere un collettore per scarichi industriali. In questo grande canale,
direttamente o indirettamente, ricadono sia le scorie naturali sia i rifiuti
prodotti dall’uomo, compresi quelli riversati sul terreno e parte di quelli
riversati nell’atmosfera. E’ in questa situazione che la capacità di
autodepurarsi del fiume diventa importantissima ed indispensabile: essa è
dovuta alla presenza di tutti gli esseri che ospita, batteri decompositori,
alghe, molluschi, vermi, larve d’insetti, crostacei, pesci ed una miriade di
altri organismi, ognuno dei quali svolge un propria funzione e offre un modesto
ma prezioso contributo al grande processo di depurazione che si svolge
continuamente ed in maniera efficace, anche se non visibile ai nostri occhi.
“Cos’ è l’inquinamento idrico?” Un tempo nei fiumi ci si poteva fare il bagno e
l’acqua si poteva bere; poi l’uomo ha cominciato a considerare i corsi d’acqua
come ricettacolo di 2 rifiuti anche se quasi tutte le sostanze impropriamente
riversate nell’acqua sono risultate nocive per gli esseri viventi.
Queste
sostanze tossiche rappresentano fonte di inquinamento in primo luogo per il
corso d’acqua, che compromette i propri equilibri vitali e perde la sua
capacità di autodepurazione in seguito alla scomparsa di una parte o di tutta
la comunità vivente ospitata. SCARICHI URBANI SCARICHI INDUSTRIALI SCARICHI
AGRICOLI • Liquami domestici • Acqua di lavaggio delle strade • Sostanze
organiche Più o meno degradabili • Sostanze inorganiche come i metalli pesanti
• Sostanze Fertilizzanti • Insetticidi ed erbicidi 3 Agli scarichi si
aggiungono RIFIUTI di ogni genere e PRELIEVI ECCESSIVI DI ACQUA che provocano una
ulteriore riduzione della capacità di autodepurazione. L’acqua può essere inquinata in tre diversi modi che, spesso, si sovrappongono: attraverso l’inquinamento chimico, con l’immissione di sostanze organiche ed inorganiche che modificano le caratteristiche chimiche dell’acqua; attraverso l’ inquinamento fisico, per aumento o diminuzione della temperatura, per immissione di rifiuti solidi grossolani che modificano le proprietà fisiche dell’acqua, per le notevoli variazioni di portata; attraverso l’ inquinamento biologico, per l’immissione di organismi patogeni quali batteri, virus, parassiti.
Quali effetti ha l’inquinamento del fiume sull’uomo? ♦ Pericolo di azioni nocive dirette da parte di sostanze chimiche tossiche ed azioni indirette se tali sostanze si inseriscono nella catena alimentare ♦ Pericolo di diffusione di organismi patogeni, quali batteri, virus, parassiti ♦ Degrado dell’ambiente acquatico per l’instaurarsi di fenomeni putrefattivi, maleodoranti ♦ Richiamo di mosche, zanzare e ratti ♦ Danni alla piscicoltura ed all’agricoltura ♦ Danni all’attività turistica ed in particolare alla balneazione Quali segnali ci manda il fiume se è inquinato? ♦ Cattivo odore ♦ Alterazione della colorazione naturale, torbidità, presenza di schiume e di “film” oleosi insieme a sostanze in sospensione ♦ Eccessivo sviluppo di alghe, funghi o batteri che possono ricoprirne l’alveo ♦ Presenza di grandi quantità di mosche, zanzare e ratti (le loro urine possono trasmettere la leptospirosi) ♦ Presenza di rifiuti solidi più o meno grossolani ♦ Scomparsa di pesci particolarmente sensibili.
Nel caso del
Ticino un esempio tipico è la scomparsa del temolo e di moltissimi altri pesci e la proliferazione dei siluri che sono arrivati di sicuro fino a Cameri. I fiumi possono diventare
pericolosi per gli interventi dell’uomo? Questo è un altro aspetto da non
sottovalutare, legato fortemente agli interventi di “artificializzazione”
effettuati dall’uomo anche per garantire maggiori disponibilità di acqua. E
così, negli anni , invece riassicurare ai fiumi spazi sufficienti al passaggio
delle portate di piena, gli alvei dei corsi d’acqua sono stati privati della
loro originaria irregolarità, spogliati della naturale vegetazione e ristretti
entro argini sopraelevati con escavazioni, canalizzazioni, cementificazioni,
dighe. Gli interventi dell’uomo non solo hanno mancato l’obiettivo di
assicurare la quantità di acqua necessaria, ma hanno portato alla perdita di
funzioni essenziali per l’equilibrio ambientale. E’ ormai evidente che
l’impermeabilizzazione del territorio e l’avventata moltiplicazione di
insediamenti residenziali, artigianali e commerciali in aree a rischio ha
accresciuto la frequenza e la violenza delle inondazioni e l’entità dei danni
.
Perciò questi eventi non possono essere considerati solo “calamità naturali”,
ma anche diretta conseguenza della miope gestione dei fiumi e del territorio.
……e noi come ci preoccupiamo? L’11 maggio 1999 è stato pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale il testo aggiornato del decreto legislativo n.152 recante
“Disposizioni sulla tutela delle acque dall’inquinamento e recepimento della
direttiva CEE 91/271 5 6 concernente il trattamento delle acque reflue urbane e
della direttiva CEE 91/676 relativa alla protezione delle acque
dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole”. Il
decreto riguarda i fiumi ed anche, più in generale, le acque superficiali e
sotterranee definite come corpi idrici. Obiettivi del decreto legislativo n.
152: prevenire e ridurre l’inquinamento
ed attuare il risanamento dei corpi idrici inquinati; conseguire il miglioramento dello
stato delle acque ed adeguate protezioni di quelle destinate a particolari usi;
perseguire usi sostenibili e
durevoli delle risorse idriche, con priorità per quelle potabili; mantenere la capacità naturale di
autodepurazione dei corpi idrici, nonché la capacità di sostenere comunità
animali e vegetali ampie e ben diversificate. La legge, tra le altre cose, impone il rilevamento di una serie di informazioni e di dati sulle caratteristiche del bacino idrografico e l’analisi dell’impatto esercitato dalle attività umane. Lo scopo principale è di prevenire l’inquinamento delle acque di buona qualità ed attuare il risanamento delle situazioni di degrado attraverso un importantissimo strumento che si chiama Piano di tutela delle acque. Attraverso questo documento vengono stabiliti anche i controlli da effettuare. A chi viene affidato il controllo delle acque di superficie?
Depuratore inquinante |
Allora conosceremo ufficialmente la
classificazione anche del nostro Ticino. E il Ticino, il “fiume azzurro”, come
sta? Il Ticino è lungo complessivamente 248 chilometri e scorre parte in
territorio svizzero, parte in Italia, in particolare dall’uscita del Lago
Maggiore alla foce del Po con un percorso di 115 chilometri. Attraversa il
Piemonte e la Lombardia bagnando le quattro province di Novara,Varese, Milano e
Pavia; il territorio in cui si snoda costituisce il Parco Interregionale del
Ticino con un comprensorio di quasi 3.000 ettari. La tutela di quest’area
contribuisce alla conservazione attiva degli ambienti naturali residui delle
pianure in Italia ed in Europa ed alla salvaguardia dei complessi e minacciati
ecosistemi dei fiumi, preziosi ed insostituibili corridoi ecologici. Rispetto
agli altri fiumi italiani il Ticino non è un malato grave, tuttavia per trovare
tratti tanto puliti da poterci fare il bagno dobbiamo andare sino ad Oleggio,
poco al di sotto del Lago Maggiore.
Perché? Scarichi urbani ed industriali,
anche se depurati, compromettono la qualità delle sue acque. I punti più
critici sono all’altezza degli scarichi di Bellinzago e del Magentino, del
Canale Scolmatore Nord Ovest (C.S.N.O.) e della Roggia Cerana proveniente dal
Novarese. Ben 58 depuratori scaricano più o meno direttamente in Ticino (dati
del Parco). A prescindere dal loro funzionamento, ognuno necessiterebbe di di
un ulteriore trattamento per abbattere la concentrazione dei batteri
(fitodepurazione, trattamento con raggi UV o con ozono).
Ticino al Panperduto |
Per lo stato
delle acque di Mantova vi rimandiamo al
lnk: http://ita.arpalombardia.it/ita/settori/acque/PDF/2012/sott/MANTOVA.pdf
Dalla Repubblica.
Disastro Tevere. Tra i
venti corsi d' acqua più lunghi d' Italia monitorati da Legambiente nella
campagna "Fiumi Informa 2006" il fiume di Roma è il più inquinato,
quello che presenta tratti più lunghi giudicati di qualità pessima (9,5% del
totale). Si concentrano quasi tutti nel percorso urbano, con tassi così alti di
colibatteri fecali da sfuggire ad ogni standard di classificazione. Ma è tutto
il Lazio a guadagnarsi la maglia nera per lo stato di salute dei suoi corsi d'
acqua, doppiamente danneggiati: dall' inquinamento e dai reati. Il 48% dei
fiumi della nostra regione presenta un indice di stato ecologico pessimo o
scarso. E sempre il Lazio è la regione con il più alto numero di illeciti
commessi dal 2003 al 2005 lungo i suoi corsi d' acqua.
Il Corpo Forestale dello
Stato ha compiuto in tre anni 11.000 controlli sul territorio, rilevando 870
reati, con una media di 24 al mese. I più frequenti: pesca illegale, mancata
depurazione degli scarichi civili e industriali, versamento di sostanze
inquinanti e tossiche direttamente nei corsi d' acqua, furto di ghiaia e inerti
dagli alvei dei fiumi, opere idrauliche non a norma, abusivismo edilizio,
captazione delle acque. «Nonostante lo sforzo fatto dal Comune per restituire
il Tevere ai romani - dichiara il presidente nazionale di Legambiente Roberto
Della Seta -ancora molto resta da fare». Gli indici di inquinamento, contenuti
nel Piano di Tutela delle acque in fase di approvazione in Regione, espressi
secondo una classe di qualità che va da 1 a 5 (più il numero sale più l' acqua
è inquinata), mostrano una situazione che va peggiorando man mano che il fiume
entra dentro Roma.
A Orte e a Civitavecchia il valore è ancora sufficiente con
il livello 3, ma già a Castel Giubileo, prima della confluenza con l' Aniene, il
Tevere diventa scadente con il parametro 4. All' altezza di ponte Cavour, nell'
area compresa fra Castel Sant' Angelo, il Mausoleo d' Augusto e piazza del
Popolo, l' inquinamento schizza oltre il livello 5, al ponte di Mezzocamino,
zona sud di Roma, altezza raccordo, la qualità torna scadente con il livello 4
e a Ponte Galeria diventa pessima con 5. «Il tratto cittadino del Tevere -
racconta Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio - è allo stremo a
causa dei troppi scarichi. A Roma ancora oggi 323. 000 residenti non dispongono
di un impianto di depurazione, quasi il 12% del totale. Tenendo conto non solo
della popolazione residente, ma anche di turisti, pendolari, abusivi, attività
produttive, il numero delle persone da dotare ancora di depuratore sale a
500.000».Tevere |
Il rapporto
tra le popolazioni e il fiume, ha delineato lo sviluppo del territorio fino ai
nostri giorni. La pressione esercitata dalla sovrapposizione
dei diversi modelli di civilizzazione nel tempo e nello spazio ha lasciato
numerosi segni lungo il percorso fluviale. Da qualche tempo gli ambienti fluviali hanno
assunto il ruolo di aree di servizio,destinate all'accoglimento degli scarichi delle attività umane o agli attingimenti ad uso irriguo. Si sono
cosi affacciati numerosi problemi per alcuni tratti dell'ambiente fluviale
tiberino: Acque torbide , talvolta maleodoranti sedimenti
coperti da residui organici in putrefazione , impoverimento delle popolazioni
ittiche e della microfauna, rifiuti abbondanti sulle rive (talvolta in cumuli
con tutte le connotazioni discariche abusive), esplosioni di alghe (segno
inequivocabile di eutrofizzazione), degradazione della vegetazione di sponda,
cementificazione delle rive con effetti sgradevoli per il paesaggio e per i
processi di auto depurazione.
L'inquinamento,di origine prevalentemente
organica,ha infatti seriamente compromesso il delicato equilibrio
dell'ecosistema fluviale. Il Tevere viene considerato una risorsa idrica da
spremere fino all'ultima goccia.Le alte concentrazioni di ortofosfati del fiume
sono di origine agricola, sono utilizzati come concime chimico e arrivano al
fiume con le acque di dilavamento dei terreni. Gli ortofosfati sono presenti anche nei
detersivi (intensioattivi). La concentrazione di tensioattivi superiore a
1mg/l è indicato come soglia di rischio per la vita acquatica. La concentrazione colibatteri è un'indice
dell'inquinamento batterico e virale delle acque. Il limite ufficiale di accettabilità per uno
scarico fognario è di 12000 coli per 100 ml. In base a questi vincoli le acque del Tevere
sono già microbiologicamente inquinate. La situazione lungo le coste in prossimità dei
2 fori è più preoccupante, sia per i valori della qualità di coli oscillanti
tra il 250000 e 1 milione, sia perché più direttamente collegata ai problemi
della bilocazione. Nel primo tratto, fino a metà della sua lunghezza, il bacino
conserva la propria spiccata personalità e riesce a resistere al degrado grazie
alla grossa portata e alla sua capacità auto depurativa,conservando una buona
qualità delle acque.
Il 75% della popolazione residente nel bacino del Tevere,
ricade nella provincia di Roma, mentre il territorio occupato è solo il 17%
della superficie totale. Anche per le attività industriali la provincia
di Roma presenta i valori più elevati, sebbene e si rappresentino solo il 50%
del totale. Il quadro diventa critico soprattutto se
considerato dal punto di vista dell'efficienza del sistema depurativo
esistente,ancora,fortemente inadeguato e insufficiente. La grossa rete delle fogne di Roma fa capo a
due
Petrolio |
Depuratore inquinante |
collettori,
paralleli alla sponda del Tevere, destra e sinistra. Essi saranno collegati al depuratore di Roma
sud. I
depuratori attualmente in funzione a Roma sono soltanto al livello primario o
secondario. Il trattamento terziario servirebbe ad una
depurazione avanzata con l'estrazione dei nitrati e fosfati. Ci sono voluti 2 mesi e 2,5 milioni di euro per ripulire
il tratto del Tevere tra Ponte Milvio e Ponte Marconi dai rifiuti che vi si erani depositati dopo la piena del
fiume lo scorso dicembre. Dal 30 marzo ad oggi sono state rimosse 570
tonnellate di rifiuti solo nel tratto citato, l'equivalente di 24 chili di
rifiuti per ogni metro lineare, ovvero la quantità prodotta al giorno da venti famiglie.
Laghi di Mantova
Un polo
petrolchimico e industriale di 260 ettari, sopra una falda acquifera ormai
pesantemente contaminata, con strati di benzene, olii e idrocarburi spessa fino
a due metri. Poi quasi 1.500 persone che abitano nel raggio di due chilometri
dagli impianti, e casi di sarcoma (tumore) tra la popolazione in misura cinque
volte maggiore rispetto alla media nazionale.
Siamo alla periferia di Mantova, dove dagli Anni 50 è in funzione la raffineria Ies, oggi in mano al gruppo ungherese Mol (Magyar Olaj), passata per le mani di differenti proprietà, comprese quelle statali di Eni-Enichem.
INQUINAMENTO KILLER. Una ricerca del 2004, basata su precedenti studi epidemiologici, condotta da Pietro Comba (Istituto superiore di sanità), Lucia Fazzo e Franco Berrino (Istituto nazionale tumori) ha illustrato come la popolazione di Mantova e dintorni sia esposta a diossine, oltre che ad altri agenti inquinanti e tossici, e ha spiegato che i casi di sarcoma riscontrati nella zona siano in percentuali fortemente superiori alle medie di altre aree della Lombardia, tra il doppio e cinque volte di più rispetto, per esempio, alla provincia di Varese.
USATO MERCURIO E CLORO. Il greggio arriva direttamente da Porto Marghera, attraverso un oleodotto di circa 10 chilometri. Attorno alla Ies, altri impianti industriali, dove - tra raffineria, petrolchimico e servizi - hanno operato (od operano ancora) anche altre grandi aziende, come Edison e la multinazionale della chimica Monsanto.
Nell’area veniva utilizzato anche il mercurio, mentre nei pressi c’è pure l’enorme complesso delle cartiere Burgo, dove si utilizza il cloro per sbiancare la carta.
SITO MONITORATO DAL GOVERNO. L’area industriale di Mantova è stata inserita dal governo nella lista dei «Siti inquinati di interesse nazionale», ovvero delle peggiori bombe ecologiche del nostro Paese, luoghi dove una bonifica profonda sarebbe necessaria e urgente.
Ma anche qui come a Brindisi, Portovesme e Priolo poco o nulla si è fatto: perché non ci sono soldi e, soprattutto, nessuno li vuol spendere.
Siamo alla periferia di Mantova, dove dagli Anni 50 è in funzione la raffineria Ies, oggi in mano al gruppo ungherese Mol (Magyar Olaj), passata per le mani di differenti proprietà, comprese quelle statali di Eni-Enichem.
INQUINAMENTO KILLER. Una ricerca del 2004, basata su precedenti studi epidemiologici, condotta da Pietro Comba (Istituto superiore di sanità), Lucia Fazzo e Franco Berrino (Istituto nazionale tumori) ha illustrato come la popolazione di Mantova e dintorni sia esposta a diossine, oltre che ad altri agenti inquinanti e tossici, e ha spiegato che i casi di sarcoma riscontrati nella zona siano in percentuali fortemente superiori alle medie di altre aree della Lombardia, tra il doppio e cinque volte di più rispetto, per esempio, alla provincia di Varese.
USATO MERCURIO E CLORO. Il greggio arriva direttamente da Porto Marghera, attraverso un oleodotto di circa 10 chilometri. Attorno alla Ies, altri impianti industriali, dove - tra raffineria, petrolchimico e servizi - hanno operato (od operano ancora) anche altre grandi aziende, come Edison e la multinazionale della chimica Monsanto.
Nell’area veniva utilizzato anche il mercurio, mentre nei pressi c’è pure l’enorme complesso delle cartiere Burgo, dove si utilizza il cloro per sbiancare la carta.
SITO MONITORATO DAL GOVERNO. L’area industriale di Mantova è stata inserita dal governo nella lista dei «Siti inquinati di interesse nazionale», ovvero delle peggiori bombe ecologiche del nostro Paese, luoghi dove una bonifica profonda sarebbe necessaria e urgente.
Ma anche qui come a Brindisi, Portovesme e Priolo poco o nulla si è fatto: perché non ci sono soldi e, soprattutto, nessuno li vuol spendere.
L'allarme
per l'imminente disastro di Mantova
Secondo una ricerca del 2004, la popolazione di
Mantova è fortemente esposta a diossine e ad altri agenti inquinanti.
Paolo
Rabitti è un ingegnere e docente universitario ed è stato consulente
dell’allora pubblico ministero Felice Casson nell’indagine sul petrolchimico di
Marghera, oltre che della Commissione parlamentare per il ciclo dei rifiuti.
Da tempo, insieme con altri esperti, ha denunciato pubblicamente che il disastro di Mantova potrebbe presto assumere proporzioni spaventose.
Ne ha parlato anche di recente, in un’intervista a RadioBase. «Finora», ha spiegato il docente universitario, «la bonifica della falda consiste in una serie di pozzi che tirano su acqua con benzene e altri agenti inquinanti che stanno sopra e sotto la superficie dell’acqua. Sono state installate anche alcune barriere idrauliche per cercare di evitare che grandi quantità di queste porcherie finiscano nel vicino lago».
NEL TERRENO SOSTANZE CANCEROGENE. Rabitti ha aggiunto che «nella falda sottostante l’area vi sono anche due metri di spessore di porcherie come il benzene, che è cancerogeno: bisogna evitare che vadano nel lago e nel Fiume Mincio», che scorre non lontano dal petrolchimico.
«Se aziende ed enti pubblici non riescono a impedire che grandi quantità di queste sostanze si riversino nel Mincio», ha spiegato l’esperto ambientale, «il rischio è che vi sia una danno sicuramente irreparabile per la catena alimentare».
MANCANO GLI STUDI SULLA BONIFICA. Che l’inquinamento dell’area sia pesante e i rischi per la salute altissimi ormai nessuno lo nega più, dopo quasi 60 anni di presenza del petrolchimico. Ma finora mancano studi approfonditi per capire come e dove agire, con quali tecniche, e, soprattutto, nessuno vuol mettere mano al portafogli per un’operazione di pulizia dai costi non ancora calcolati.
La vicenda è spesso all’ordine del giorno del Comune, ma l’amministrazione cittadina non ha certo i fondi né modo per agire da sola.
CHI INQUINA NON PAGA MAI. «L’Unione europea dice che chi inquina paga», ha ricordato Rabitti, «ma qui finora non ha pagato nessuno. E ogni volta che gli enti pubblici ordinano di agire per pulire la falda inquinata, le aziende ricorrono al Tar come ha fatto la Ies».
«Il danno è così grosso che da sole non bastano le risorse private. C’è il rischio che la raffineria se ne vada lasciando il terreno inquinato, come è successo a Cremona».
Come è accaduto anche a Bagnoli con l’Ilva, la stessa azienda delle acciaierie di Brindisi, ma pure a Portovesme e, sempre in Sardegna, nel paesino di Furtei, dove la miniera d’oro è stata chiusa e sono rimasti interi laghetti di mercurio e arsenico, mentre le scorie acide sono state usate come manto per il rifacimento della superstrada statale che corre vicina.
Da tempo, insieme con altri esperti, ha denunciato pubblicamente che il disastro di Mantova potrebbe presto assumere proporzioni spaventose.
Ne ha parlato anche di recente, in un’intervista a RadioBase. «Finora», ha spiegato il docente universitario, «la bonifica della falda consiste in una serie di pozzi che tirano su acqua con benzene e altri agenti inquinanti che stanno sopra e sotto la superficie dell’acqua. Sono state installate anche alcune barriere idrauliche per cercare di evitare che grandi quantità di queste porcherie finiscano nel vicino lago».
NEL TERRENO SOSTANZE CANCEROGENE. Rabitti ha aggiunto che «nella falda sottostante l’area vi sono anche due metri di spessore di porcherie come il benzene, che è cancerogeno: bisogna evitare che vadano nel lago e nel Fiume Mincio», che scorre non lontano dal petrolchimico.
«Se aziende ed enti pubblici non riescono a impedire che grandi quantità di queste sostanze si riversino nel Mincio», ha spiegato l’esperto ambientale, «il rischio è che vi sia una danno sicuramente irreparabile per la catena alimentare».
MANCANO GLI STUDI SULLA BONIFICA. Che l’inquinamento dell’area sia pesante e i rischi per la salute altissimi ormai nessuno lo nega più, dopo quasi 60 anni di presenza del petrolchimico. Ma finora mancano studi approfonditi per capire come e dove agire, con quali tecniche, e, soprattutto, nessuno vuol mettere mano al portafogli per un’operazione di pulizia dai costi non ancora calcolati.
La vicenda è spesso all’ordine del giorno del Comune, ma l’amministrazione cittadina non ha certo i fondi né modo per agire da sola.
CHI INQUINA NON PAGA MAI. «L’Unione europea dice che chi inquina paga», ha ricordato Rabitti, «ma qui finora non ha pagato nessuno. E ogni volta che gli enti pubblici ordinano di agire per pulire la falda inquinata, le aziende ricorrono al Tar come ha fatto la Ies».
«Il danno è così grosso che da sole non bastano le risorse private. C’è il rischio che la raffineria se ne vada lasciando il terreno inquinato, come è successo a Cremona».
Come è accaduto anche a Bagnoli con l’Ilva, la stessa azienda delle acciaierie di Brindisi, ma pure a Portovesme e, sempre in Sardegna, nel paesino di Furtei, dove la miniera d’oro è stata chiusa e sono rimasti interi laghetti di mercurio e arsenico, mentre le scorie acide sono state usate come manto per il rifacimento della superstrada statale che corre vicina.
Oglio |
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